"Soundproof"
Camera Obscura-Audioglobe 2001
Dopo l'exploit dei Giardini di Miro` sembra che la travelling music italiana sia molto apprezzata all'estero. E` infatti un'etichetta australiana (con distribuzione USA) a pubblicare l'album d'esordio di questo trio strumentale di Pavia che si allaccia alle visioni di band quali Tortoise, Mogwai e Ativin.'Rock cinematico' e` tuttavia la definizione piu` calzante, oltre che per le atmosfere impresse sul CD anche proprio per i riferimenti (Faye e` dedicata a una delle protagoniste del film "Hong Kong Express") e per le ispirazioni dei registi quali Bernardo Bertolucci e Luchino visconti. Arpeggi cristallini e incastri armonici formano l'architettura base di slow motion introspettivi che spesso si trasformano in crescendo o in sfocature psichedeliche. In un paio di occasioni compare anche un basso fretless quasi a denotare una certa attitudine jazz della band che si esplica maggiormente in un brano quale The Bottles Of Bad Ideas go Broken…Per chi ama abbandonarsi e lasciarsi ingoiare ad immagini senza tempo. (7)
Fabio Polvani - BLOW UP [N. 46 marzo/02]
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Gli UMMS confermano purtroppo per la scena italiana quanto sospettavo già da tempo: occorre emigrare all'estero a tutti i livelli e in questo caso addirittura in terra oceanica, per vedere pubblicato il proprio cd. E non basta quindi nemmeno essere un gruppo che suona dell'ottimo post-rock, genere non ancora inflazionato e quindi con un mercato possibilmente più ampio di fronte a sé. Questi ragazzi provengono dalla provincia di Pavia (e anche nel loro caso come ad esempio per i Giardini di Mirò la loro provincialità sicuramente è sinonimo di distacco dal tradizionale) e rappresentano sicuramente una delle formazioni di spicco della scena post-rock italiana. La loro venatura romantica li accomuna in svariati passaggi a formazioni straniere come Mogwai. Ed è proprio la scelta a mio parere azzeccata di fari brani visionari e sognanti che li posiziona sicuramente su un gradino diverso rispetto a chi ha approcci più duri e aggressivi con il genere. Una line up classica dove la chitarra e il basso scivolano via e si intrecciano con maestria e furbizia perché coinvolgono particolarmente l'ascoltatore. Ascoltatore non inquadrabile sicuramente nell'area Pop! ma non è certo questo che desidera chi suona questa musica. Chi non si è mai affiancato al genere postrock potrebbe sicuramente avvicinarsi a questa band per il lato diciamo più contemplativo e forse ai Giardini di Mirò se si desidera qualcosa di meno soft. I ragazzi della band gestiscono anche una interessante webzine dedicata naturalmente a questo genere.
Filippo Michelini - AKTIVIRUS
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L'uscita per l'australiana Camera Obscura del primo cd degli Ultraviolet Makes Me Sick e` la tessera che mancava per completare un mosaico. Il trio pavese era infatti l'unico tra i nomi id spicco della scena post-rock italiana a non avere ancora raggiunto i negozi con una produzione, per cosi` dire, ufficiale. Carenza a cui ora questo "Soundproof" pone finalmente rimedio. Otto le tracce al suo interno, tutte gia` edite in precedenza su cdr, caratterizzate da un notevole gusto melodico e paesaggistico che sfocia in circolari e intricati arpeggi a opera delle due chitarre (o di una chitarra e del basso), e in tappeti percussivi che spesso prescindono dalle tradizionali incombenze ritmiche per viaggiare - e` il caso di "Bad ideas trapped in empty bottles" - su sentieri melodico-musicali indipendenti. Al di la` dei singoli strumenti, tuttavia, il gruppo colpisce per l'approccio romantico alla materia post. In altre parole, la linearità ha alla lunga il sopravvento sull'irruenza, la rabbia e` piu` strisciante che urlata e sulle sfuriate noise prevale una ricerca sonora prossima alla psichedelica e alla dark-wave per la quale riferimenti piu` vicini potrebbero essere, alternativamente, gli ultimi Mogwai o i Tortoise meno cerebrali. Come colonne sonore di ipotetici film, le composizioni degli UVMMS riescono a coinvolgere l'ascoltatore, arrivando nei momenti migliori a suscitare sensazioni profonde, grazie a un'intensita` che puo` travolgere ma, al contempo, sa` evocare un'avvolgente sensazione di sicurezza.
Aurelio Pasini - MUCCHIO SELVAGGIO [N. 472 febbraio/02]
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Musica per il cuore e per la mente. Senza limiti, con frenesia e dolcezza, dove schizzi dilatati si alternano a schegge di ritmica inquieta, e senza tempo, con visioni surreali e concrete, graffiate da una chiarezza espositiva raffinata anche nei momenti più aspri.
Sono gli Ultraviolet Makes Me Sick, trio di Pavia che ci regala il primo album ufficiale, uscito per la prestigiosa etichetta australiana "Camera Obscura". Ed è post rock la musica del terzetto, quello dove sono gli strumenti a comunicare, perché la voce avrebbe un sapore superfluo, un'aggiunta sgradevole ed inspiegabile. A dominare e a devastare il nostro animo è un'intensità emotiva e passionale, in cui convivono lampi di una lieve psichedelia sulfurea e altri luccicanti per una crescente violenza. Non serve altro, bastano chitarre, basso e batteria. Fra le melodie dei Mogwai e l'ossessione dei Tortoise, ma con originalità e stravaganze non comuni, figlie di un'indipendenza sonora che lascia poco spazio ai dubbi. Questo il territorio in cui si aggira il gruppo. Sanno quello che vogliono gli UVMMS e, soprattutto, dimostrano di essere in grado di realizzarlo benissimo.
Otto episodi, sempre conturbanti, spesso puliti, raramente ingombranti. Dalla leggerezza incessante di "Milk" al racconto strumentale intitolato "Faye", con un fragore finale che rimanda alla emozioni degli Explosion In The Sky, siamo colpiti da turbamenti ed impressioni incessanti che sembrano non avere mai termine. Il confronto fra basso e chitarra in "Black Canvas" genera un coinvolgimento claustrofobico, mentre gli echi della tartaruga di Chicago incalzano sia nella jazzata "Bad Ideas Trapped In Empty Bottles" sia all'inizio della conclusiva "Once Again Turtle", con una chitarra che non dispiacerebbe affatto a David Pajo. A tratti sembra di essere all'interno di un film, ma non come spettatori. Siamo attori destinati a recitare la parte che gli UVMMS desiderano, senza possibilità di sfuggire alla trama da loro scritta, ma privi anche del desiderio di farlo. Sarebbe assurdo il solo pensiero.
"Soundproof" penetra direttamente nell'animo, regalando una tensione emotiva che obbliga ad un ascolto ripetuto e continuo. E' difficile farne a meno dopo averlo provato. Tremendamente difficile…
Marco Delsoldato - SUBURBIA MAGAZINE
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Qualche mese fa, mi ero trovato a recensire uno splendido esordio autoprodotto del trio pavese UVMMS. Una vera rivelazione per le mie orecchie: cinque perle intrise di lirismo romantico, piene di quella giusta dose di spirito avanguardistico ed anticonformista che distingue molte nuove band dell'underground italiano (dai Gatto Ciliegia ai Bartòk, passando per i Giardini di Mirò). Sulla base di quell'ep, l'etichetta australiana Camera Obscura (distr. Audioglobe) dà alle stampe "Soundproof": quarantacinque minuti di vera poesia sonora, fatta d'intrecci di chitarre che strizzano l'occhio a sonorità che oggi amiamo annoverare sotto l'etichetta di "post rock". Otto suites strumentali che per architettura compositiva rimandano al free jazz ("esiste come perno della canzone un particolare tema che poi è scomposto e modificato lungo lo sviluppo del brano, per poi essere ripreso alla fine" G. Aprile, chitarrista del trio) ed al mood più sperimentale dei primissimi Tortoise. Non sarebbe di certo una semplificazione giornalistica associare la stilistica compositiva degli Ultraviolet a quella del quartetto di Chicago, viste le forti convergenze riscontrabili nelle nuove tracce proposte (rispetto a quelle presenti sul demo, ancorate a ad una stilistica ancora piuttosto acerba). I picchi più alti di questo"Soundproof" sono proprio le nuove bellissime "Bad Ideas Trapped In Empty Bottles" (come si fa a non innamorarsi di questo titolo?) e "Once You Were A Turtle", variegate ed estatiche composizioni che lasciano trapelare in maniera più o meno evidente quelle peculiarità che, oggi più che mai, sono vittime di una sincretica e talvolta asfittica tendenza alla rivisitazione. Nonostante certi accostamenti risultino quasi d'obbligo (si potrebbero tirare in ballo i Codeine in "On The Way Back", nonché scomodare i Mogwai in "She Used To Dress In A Pale Red", radicata in un lontano background noise che appare sfocato, quasi irricinoscibile), gli Ultraviolet hanno personalità da vendere ed un talento eccezionale.
Se avete apprezzato i più recenti lavori della nuova avanguardia e non-avanguardia musicale italiana colta, non potete perdervi questa preziosa opera, che andrà sicuramente ad arricchire la vostra discografia. Un'uscita da prendere assolutamenet in considerazione.
Filippo Boccarossa - I-D BOX
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WOW!!! Dopo Giardini di Mirò e Deep End un altro gruppo degno di sfidare gli altri nel loro stesso campo. Esperienze di suoni cinematografici, altamente onirici e ricchi di pathos che hanno fatto ammattire i tipi della Camera Obscura, etichetta Australiana, e li ha convinti a pubblicare il loro debutto. Padroni della e-rivista post? gli UVMMS suonano quello che i Mogwai hanno smesso di fare. Bene. Più Americani dei GDM e più inglesi dei DE,
stanno in mezzo e regalano, anche nell'ottica psichedelica cara all'etichetta che li ha fatti uscire. Bravi, bravi, bravi. Non aspettate veramente, se c'è un disco del 2001/2002 italiano da avere oltre ai soliti nomi è quello degli UVMMS, una volta provato non si stacca facilmente.
Matteo Casari - SODAPOP
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Il loro nome è inglese, la casa discografica australiana, la loro musica non ha bisogno di servirsi delle parole, eppure si tratta di un gruppo italianissimo, proveniente dai dintorni di Pavia. Sto parlando degli Ultra violet makes me sick, dei quali spesso ho sentito parlare come di creatori di musica per immagini, o di colonne sonore di un film non ancora girato: troppo facile servirsi di tali definizioni per composizioni prettamente strumentali, anche perché, a sentire sia certi rimandi e certe strutture musicali, sia le parole del chitarrista Gianmaria (il quale, tra l'altro, gestisce un sito musicale molto interessante, Post?), la musica che fanno è, né più né meno, rock.
Solo che è un rock evoluto, che cerca di liberarsi o, quantomeno, di eludere i tradizionali schemi compositivi. Ecco perché, ancor più facilmente, li si accosta ai "soliti" gruppi di quella mutevole massa musicale spesso (e, a volte, a sproposito) definita "post-rock". Non potendo esimermi neanche io da questa pratica, vi farò i nomi dei Tortoise (soprattutto i primi), dei Mogwai (soprattutto quelli più eterei), e, nella mia ignoranza, anche quelli di Unwed Sailor e Paul Newman.
Ma quello del far nomi è, in questo caso, un gioco alquanto facile, e la lista potrebbe essere lunga: le note di questo bel cd, infatti, riescono a viaggiare lungo diversi confini, nonostante un certo suono (potremmo parlare di stile) come denominatore comune ai vari brani, probabile retaggio di un gruppo coeso e di una forma compositiva che parte dall'improvvisazione personale dei singoli elementi.
Ecco quindi, i gentili arpeggi dell'ottima carta da visita "Milk", che continuano fino ad irrobustirsi nel fraseggio distorto alla fine di "Faye"; gli accordi riverberati e vagamente "desertici" di "Black Canvas"; le assonanze para-jazzistiche di "Bad ideas trapped in empty bottles"; gli accenni di bossa nova di "On the way back"; la soffice psichedelia-rock di "Once again turtle", e tutto il resto che sarebbe inutile citare, che non saprei descrivere ma che vale la pena di ascoltare.
Composizioni espresse attraverso chitarra, basso "fretless", qualche effetto, qualche distorsione, e la batteria, precisa e sempre appropriata, come collante ritmico e sonoro, a volte esplicitando un riferimento, altre volte ispessendo la trama degli altri strumenti.
La musica degli UVMMS possiede una grazia ed una limpidezza non comuni, soprattutto per gruppi simili; mi verrebbe da dire che è dotata di un'anima gentile, modesta: buone idee, sviluppate quel tanto che basta per farle respirare in maniera personale, ma senza indugiare oltre un solo minuto in più.
Un gruppo che molti dovrebbero scoprire.
Marco - La Haine
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Post rock secondo tutti i crismi del caso. Canzoni che non sono più canzoni ma altro: atmosfere strumentali&delicate&dilatate che ad un tratto si innervosiscono, strabordano -inquiete- in saliscendi umorali a ragion veduta (?), nel caso degli UMMS, così ben calibrati da non fare mai troppo male. Così dura poco. Un istante nulla più. Poi torna la calma. La geometria delle emozioni. Architetture esatte, cattedrali del silenzio in cui il sangue è defluito da tempo. Resta l'oblio, la dimenticanza. Forse. Una certa qual poesia rarefatta che, a volte, quando non ci fai troppo caso, magari in sottofondo, ti scivola nel cuore. E lo fa ondeggiare. Piano. Piano. Piano.
Ultraviolet makes me sick : 'Soundproof' : prodotto dalla label australiana Camera Obscura : 8 pezzi. Dolcissimi. Perché sprecarsi con i paragoni?
Una lacrima che brilla in controluce.
Fuori sta tornando il sole.
Me lo dai un bacio ?
Fiz - ROCK-IT
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L'arte della dilatazione dell'aria... suoni che si distendono e poi si comprimono per scattare, ma con poca autonomia, tanto da doversi distendere ancora.
Questo trio di Pavia confeziona un prodotto veramente bello, in bilico tra certi schemi ormai classici del post-rock (leggi: Mogwai in Milk) e altre cose più raffinate (nel senso di scontornate) in termini di ricerca (la profondità del basso in Black canvas, la ritmica subitanea di Once you were a turtle contrapposta alla timidezza grigia di Once again turtle - la tartaruga, in ambito post-rock, ha anche un altro nome... (ndA) -).
La bellezza rarefatta di Bad ideas trapped in empty bottles, con i suoi delay e la batteria ritmata stile "scena di Chicago" che lasciano il posto a divagazioni psichedeliche di minimo ingombro.
L'andamento bucolico-elettrico di On the way back, di quelli che trascinano lontano.
Quadri strumentali veramente ben disegnati, pieni ma non saturi, funzionanti e convincenti, tanto da avere distribuzione anche in USA (attraverso la CTD), Regno Unito (attraverso la Shellshock) e Australia (attraverso la casa-madre Camera Obscura Records).
Un album gustoso, di quelli che ti capitano sul lettore portatile e ti passano nel cuore prima ancora che attraverso le orecchie. Da avere.
Alla conquista del mondo
di Alessandro mattiuzzo (Musicboom)
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Una certa soddisfazione è inevitabile nel salutare la prima assoluta di un gruppo italiano nella scuderia australiana Camera Oscura, tra le etichette più prestigiose della nuova psichedelica ed in genere dell'underground rock a livello mondiale. Ultraviolet Makes Me Sick è l'intrigante sigla di un trio strumentale di Pavia, la cui musica ruota in modo anomalo attorno all'asse eccentrico della batteria di Davide Impelizzeri mediante i fraseggi melodici della chitarra di Gianmaria Aprile e le figure armoniche del basso (o della seconda chitarra) di Alberto Anadone. Il risultato complessivo è quello di un post-rock molto sobrio e cristallino, con le voci strumentali nitide e ben separate ed una certa irrequietezza ritmica, sulla scia di gruppi chicagoani come Tortoise e L'Altra. Questi riferimenti devono tuttavia essere presi in termini molto generali, perché l'identità estetica di UVMMS è assai forte e personale, forse anche alla dichiarata ispirazione cinematografica dei loro brani che spesso si caricano di intenzioni narrative (il caso più esplicito è "Faye", volo planato ispirato a "Hong Kong Express" di Wong Kar Wai). Il basso fretless di "Black Canvas" in collisione con la chitarra è quasi l'unico episodio di congestione strumentale, il resto scivola limpido anche nei frangenti più movimentati e frenetici, nelle frammentazioni di "Bad Ideas trapped in empty bottles" (post-jazz?) come nell'incalzare di "Once you were a Turtle" (e della quasi speculare "Once again turtle") in crescendo psichedelico. "On the way back" e "She used to dress in a pale red" applicano la propensione cinematica del trio lombardo all'arte del bozzetto breve su figure femminili, rivelandoci la fragilità nascosta di una rossa dal carattere un po' amaro e l'enigmaticità surreale di una bionda la cui sagoma sembra svanire nella pioggia. "Soundproof" scorre veloce senza momenti di fatica, "impermeabile al suono" perché esso stesso fonte di un campo acustico fortemente polarizzato, che isola la mente dalla percezione esterna proiettandola in stati di coscienza paralleli; i raggi ultravioletti sembra gli rechino danno, ma a noi l'esposizione a questa musica fa solo star ben
Enrico ramunni - Rockerilla [N. 254 ottobre/01]
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“Soundproof” is the debut full-length CD from instrumental rock trio Ultraviolet Makes Me Sick,who hail from Pavia, Italy. They formed in the spring of 1999 and, after a period of line-up
turbulence and a final decision to proceed on an instrumental basis, recorded a fine five-track CD-R EP in early 2000. Starting from the premise of guitar-led rock, the angular and melodic compositions on this self-titled EP created their own unconscious and almost filmic language. In the same year, the band took part in two competitions, “Atmosfere Rock” in Ferrara and "Experimenta 2000" in Massa, taking off the first prize in the latter case, walking away with a tour van. The band worked on another instrumental EP all through the rest of 2001, finally issuing "Soundproof" as a CD-R in February 2001. Entranced by the second as much as the first, a deal was struck for a debut international release of the material on these EPs on the Camera Obscura label.
(Tony Dale / Camera Obscura rec.) Press Sheet
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The Ultraviolets express their cinematic rock ideal better than we ever could: "Davide Impellizzeri, the drummer, is our rhythmic figure. Alberto Anadone, is guitarist or bassist according to the songs, and draws out our structure and melodies. Gianmaria Aprile, is also guitarist and works with the sounds in a highly personal way. We play instrumental music for life, capturing harmonies in film-like tunes, inspired by images and sensations in order to recreate particular feelings we have inside." Film is a definite influence, as in the delicately yearning “Faye”, inspired by the protagonist of Wong Kar Wai's "Hong Kong Express". It’s a tribute to the band’s sense of drama and dynamics that they can program the vertiginously psychedelic “Black Canvas” next on the disc, surrounded the listener in dense eddies of fragmented guitar that connect firmly with the pit of one’s stomach. A track that we suggest you play late a night with the lights out and car headlights playing across your wall. Davide Impellizzeri percussion is the engine room of “Soundproof”, and no more so than in “On the Way Back”, alternately screwing up the tension with metronomic strobe flashes of cymbal and belting out staccato snare patterns at climatic moments. Relative calm is restored during “She Used to Dress in a Pale Red” which is a lot like trying to ascertain shapes through a rain-streaked windscreen at night.
Our favourite is the closer “Once Again Turtle”, working from stillness to hurricanes of guitar bliss. The music on "Soundproof" echoes the introspective oundscapes of current indie rock darlings like Do Make Say Think, Tortoise and Mogwai (they cover Mogwai’s “Cody” live, but with the widescreen soul and vision of a Bernardo Bertolucci or a Lucino Visconti.
MG (Broken Face #12)
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A country that has been very underrepresented in this publication is Italy, but it's never too late to change that. The first Italian appearance on our favorite Aussie label Camera Obscura is of course cause for much excitement. "Soundproof" is the Pavia based instrumental trio Ultraviolet Makes Me Sick's full-lenght debut and it takes off in the most plaintive work of much heralded post rock psychedelia ensembles such as Mogwai and the Canadian Do Make Say Think. But in direct comparison these Italians are even more cinematic and introspective, drawing their aural visions with angular precision and dynamics that often remain restrained but occasionally build up to a crashing guitar crescendo. This ebbing and flowing build-up rock technique is especially effective in "Once again Turtle" where quiet repetitive guitars meander around Davide Impellizzeri's snare patterrns before buiding step by step to a stretched out explosion of sound. With "Faye" it's perfectly clear that you don't have to say a word to be poetic as long as your sonic images are this evocative. The debse "Black Canvas" is possibly my favorite track, binding together guitar fragments with bass and drums into tense, textually interesting sound clusters. Ultraviolet Makes Me SIck invites us along for an emotive and cinematic ride that suggests this is a band worth tailing through future releases.
BigTakeover
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Ultraviolet Makes Me Sick is an instrumental trio from Pavia, Italy featuring a drummer and two guitar players, one of whom sometimes plays bass.
They playing shimmering compositions that incorporate repetitious melody lines that alter slightly as they are repeated. Everything stays gentle even as the pace increases and the soft gloves come off. Nothing new or different but very pleasant in a Tortoise/Mogwai soundtrack vein.
George Pletz
Pitchfork: music site [26/08/01]
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Italian instrumental trio Ultraviolet Makes Me Sick's first full-length, Soundproof, has finally found a legitimate home: the Australian psychedelic imprint Camera Obscura. Soundproof was originally self-released on CD-R last February, following a self-released EP in early 2000. The Camera Obscura release of the album will include both items for international exposure.
Ultraviolet Makes Me Sick's widescreen angular introspection is often compared to such recognizable bands as Tortoise, Do Make Say Think, and Mogwai. In fact, Mogwai's "Cody" is a frequent cornerstone of their live shows. This compact crew consists of guitars and percussion played by Alberto Anadone, Gianmaria Aprile, and Davide Impellizzeri. They have found success in "Atmosfere Rock" in Ferrara and "Experimenta 2000" in Massa, two Italian music festivals you've heard about but never seem to make it to.
Camera Obscura is a Melbourne-based indie label specializing in the type of music that graces the pages of UK freakzine Ptolemaic Terrascope and garners raves on various Internet discussion lists. Equally influenced by "DIY kitchen table" and "lounge room floor," Camera Obscura's goal is to be non-retro and to encompass everything from free jazz to folk. Bands in Camera Obscura's 40-album catalog include psych-popsters Green Pajamas, dronemasters Our Glassie Azoth, and the mind-melting acid rock of the Black Sun Ensemble.
George Parsons
Dream Magazine [14/09/01]
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This instrumental Italian trio make a nimble and forceful sound. The drummer Davide Impellizzeri is the rhythmic reason, around him Alberto Anadone plays bass and guitar with Gianmaria Aprile providing additional guitar. The territory they stake out isn't too far from the Tortoise or Mogwai tribes, but there's something a bit leaner and more hungry about U.M.M.S., their songs are all under the 7 minute mark. This is atmospheric emotional soundtrack music, alternately dramatic or lulling.
From the Aquarius mail order catalog:
(http://www.aquariusrecords.org)
ULTRAVIOLET MAKES ME SICK "Soundproof" (Camera Obscura)
Three adorable Italian boys playing mellow instrumental post-rock. Lots of soaring guitars in the background, with anguished minor key figerpicking up front. More about creating a real mood than about verse-chorus-verse, y'know. Not as loud as Mogwai, not as quiet as Sonna, but drawing from both of those band's vibes. Unremarkable but quite pleasant.
It'll be interesting to hear future material when they truly find their own sound.
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"No freeway, no trees, no plan, no ghosts"
Camera Obscura rec/Urtovox rec-Audioglobe 2004
After a title like that, what's left? Plenty, I say. For openers, there's the downstream floater "This is the Season for Rest, She Said," with its classic jazzy post-rock vibe. And if you listen closely to guest vocalist Andrea Ferraris on the Floydian "Counter-Clockwise," or peek at the included lyric sheet, you will note unlikely references to Creedence Clearwater Revival ("Bad Moon Rising"), French fries, and Klaus Kinski. The tune itself adds a melodramatic air to the style of mellow, dreamy psychedelic rock purveyed by the much-loved and dearly lamented Ebeling-Hughes or Camera Obscura's own Phineas Gage. Gianmaria Aprile's wonderfully melodic guitar lines on "Overexposed" are another perfect representation of the best that postrock has to offer. They may be responsible for the band's silly but accurate reputation as "the Italian Tortoise," especially when compared with the latter's "Along the Banks of Rivers").
One of the more unsettling elements on this new album is the constant transition of songs into different keys, rhythms, melodies, and instrumentation. Passages that feel as if they're ending actually begin life anew, giving many tracks - "A Two-Headed Coin" and "Hearts and Minds out of Tune and Reversed" are prime examples - a proggy, suite-like vibe, further distinguishing UVMMS from your run-of-the-mill post-rock act. The syncopated pounding of the closer, identified simply as "...", may also bring to mind the great John Wetton-led period of King Crimson. According to the liner notes, the track was "taken from an improv session vanishing at night: no overdubs added, only the feelings of that moment impressed." His Royal Frippertronic Highness, Sir Robert himself, couldn't have said it better.
The lovely piano-and-guitar duet "Brothers Fallen near Allen" may be the prettiest piece of music I've heard all summer. And while not far removed from the modus operandi of the aforementioned Chicago band, it should put a warm glow in the hearts of fans of other international post-rockers, such as Australia's cinematic Silver Ray, Norway's emotional White Birch, and the sweeping pop soundscapes of fellow countrymen Port-Royal, Yuppie Flu, and Leben. "I Think I Feel the Night Comin' On" even adds spunky percussion to the mix (courtesy of Davide Impellizzeri), emulating the new direction of (personal faves) Tarentel.
Simultaneously cinematic and expansive, yet warm and intimate, this is a vast improvement on UVMMS' debut and one of 2004's best post-rock entries to date.
www.fakejazz.com - jeff penczak/2004 jul 30
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Ultraviolet Makes Me Sick is the Italian trio of Alberto Anadone on guitar & bass, Gianmaria Aprile on guitars and Davide Impellizzeri on drums & vibraphone. The trio play a slow, dreamy and creatively constructed brand of psychedelic-ambient-jazz-progressive rock. Don't let the progressive rock tag throw you. There's no hot chops or stunning instrumental prowess here. What the band excel at is thoughtful and creatively constructed music that explores, experiments, evolves and ultimately captivates.
There's the beautiful aggression of "Counter-Clockwise", that leads the listener through a lazy psychedelic dreamland. The dual guitars alternate between simple but luscious melody lines and harsh but enticing walls of noise. "Overexposed" is similar in its use of simplistic melodic patterns that by way of their tonal and atmospheric exploration, invention, and Impellizzeri's drumming, manage to induce contemplation and touch the soul.
I love the sound of the fretless bass. With the right touch, single winding notes can speak volumes. And on "Intimacy Is Jazz, Disturbance Is Art", combined with the guitar and varied, thoughtful and controlled drumming, makes for a short but very interesting jazz/art-rock piece that I would have loved to hear continue on for a few more minutes. "A Two-Headed Coin" and the title track are similarly varied and ever evolving, straddling the lines between avant-progressive rock, psychedelia and jazz. "I Think I Feel The Night Comin' On" is another song that demonstrates the musicians' interesting incorporation of jazz elements into a kind of atmospheric psych-prog realm.
In summary, I'm re-reading my writeup and Ultraviolet Makes Me Sick is a real challenge to describe. Definitely off the beaten path but creative in their approach and with a flair for hypnotic music that demands the listeners attention.
http://aural-innovations.com - Jerry Kranitz
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Italy's Ultraviolet Makes Me Sick makes enigmatic improvisational rock not unlike that of Australia's much-vaunted Dirty Three. The trio (plus occasional guest keyboardist/vocalist Andrea Ferraris) draws on psychedelic and progressive rock traditions, but doesn't fit comfortably into either narrow slot. With occasionally jazzy chords and a definite indie rock sensibility, UVMMS's tunes are about space as much as chords, as the airy arrangements and languid rhythms leave room to walk in between the notes. That's not a bad thing for tunes like "Overexposed," which make the point when the power chords kick in even more effective. That's almost an aberration on this otherwise sedate album, however..
http://highbias.com/index.html - Michael Toland
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C’è voluto un po’ di tempo perché la discografia italiana si accorgesse degli Ultraviolet makes me sick.
L’esordio della band risale, infatti, al 2001 con l’album Soundproof , prodotto dall’etichetta australiana Camera Obscura e distribuito solo in Australia, America ed Inghilterra.
Dopo tre anni, la band pavese si ripresenta sul mercato con un secondo lavoro dal titolo No freeway, no plan, no trees, no ghosts, uscito questa volta sotto contratto Urtovox, casa discografica sempre attenta a band dalle sonorità particolari e inconsuete.
Ed in effetti gli Ultraviolet makes me sick hanno davvero poco a che fare col panorama medio della musica italiana. Il loro sound è quello che i recensori definirebbero post-rock.
In realtà io penso sia molto di più e sarebbe riduttivo rinchiudere questa band in una semplice parola.
Immaginate allora di unire i Sigur Ros ai Mogwai, o senza andare troppo lontano, di mettere insieme gli Yuppi Flu e Gatto Ciliegia.
Ecco, quello che otterrete è qualcosa che si avvicina al sound degli Ultraviolet makes me sick.
Post-rock, se proprio vogliamo usare un termine, ma unito a contaminazioni folk-blues e jazz, dove gli strumenti la fanno da protagonisti in sette dei dieci pezzi proposti nell’album e dove la delicata voce di Andrea Ferraris fa capolino in tre tracce, sposandosi perfettamente con l’atmosfera sussurrata da chitarre, batteria e tastiere e talvolta violoncello e fisarmonica.
Il cd si apre con la strumentale This is the season for rest, she said e subisce un primo scossone con Counter clockwise, pezzo che ricorda molto i Mogwai e che ha forse proprio solo questo difetto, di apparire come qualcosa di già sentito.
Per il resto sono degne di menzione Overrexposed, che presenta atmosfere trasognanti jazz fatte di chitarre e batterie leggere, Brothers fallen near Allen, pezzo intimista, quasi spirituale, che regala emozioni suggestive e toccanti in un crescendo lento ed intenso e la conclusiva No freeway, no plan, no trees, no ghosts, titletrack chitarra e armonica, non a caso posta a conclusione del disco, ad indicare una specie di circolarità nella musica degli Ultraviolet makes me sick.
Questo disco è, infatti, un po’ come un viaggio, in cui si parte, ci si abbandona per un po’, e poi si torna a casa, accorgendoci di essere sì sempre gli stessi, ma di avere tante emozioni nel cuore in più e, nel caso specifico, un buon cd nella nostra collezione.
www.sonorika.com - Daria Franceschi
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Restando fedeli all’australiana Camera Obscura, in Italia gli Ultraviolet Makes Me Sick si affidano ad Urtovox per il successore dell’ottimo “Soundproof”, album abile a mischiare influenze tortoisiane con l’immediatezza dei Mogwai di medio periodo.
Oggi il trio pavese si stacca parzialmente da questi modelli scomodi e, per molti, ormai fuori moda, indirizzandosi verso territori rallentati di matrice slow core, figlia di Bedhead e Rex. L’impostazione minimale, aggraziata da un sapiente uso melodico, conferma il valore dei nostri, reso manifesto dalla doppia valenza realizzata da arpeggi di chitarra intenti a creare un’ambientazione cinematografica non distante da quella dei Gatto Ciliegia. Fondamentale, in questo percorso per ora solo accennato, il contributo di Andrea Ferraris (conosciuto nei Deep End e negli One By One We Are All Becoming Shadows), che mette a disposizione la voce in alcuni brani, fra cui risplende una“Counter-Clockwise” sensuale nell’alternanza fra parlato e cantato ed intrigante nelle armonie.
“…no freeway, no plan, no trees, no ghost” è una tappa importante, che sembra portare il gruppo verso luoghi in cui dilatazione e psichedelia vanno a braccetto con emotività e morbida inquietudine. Se il futuro andrà in questa direzione difficilmente ne resteremo delusi.
www.kronic.it – Marco Del soldato (1/6/04)
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Nuovo episodio del viaggio borderline di tre ragazzi di Pavia. E'uscito il nuovo capitolo di questo trio di Pavia, che segue l'apprezzato esordio del 2001 con "Soundproof". Il viaggio sonoro degli Ultraviolet si snoda fra postrock, psichedelia e freejazz, che si intrecciano a produrre un lavoro evocativo, strutturato come un non-percorso, dove ci si può muovere senza cercare una meta. senza fuggire da qualcosa. Matrice per la gran parte solamente strumentale come in "Soundproof", ma in questo nuovo lavoro, la voce di Andrea Ferraris (Deep end) si impiglia nelle trame sonore di alcuni dei brani, fornendo un nuovo punto di osservazione per l'ascoltatore. Ed è questo impianto "cinematografico", come l'album fosse una colonna sonora a fare la differenza. Differenza dovuta a una capacità di respirare ritmi e tempi diversi, ad assaporare elementi dilatati oppure a colpire con scatti nervosi che si risvegliano inquieti. Ascoltando questo lavoro si pensa a gruppi italiani come Giardini di Mirò (di cui gli uvmms sono stati supporters live), ma anche Tortoise e Dirty Three; il tutto però filtrato secondo un'ottica quasi "Lynchiana".
www.diradio.it - Per DiRadio: Andrea Friso
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L'esordio Soundproof era uscito tre anni fa per l'australiana Camera Obscura; ora gli Ultraviolet Makes Me Sick restano nel mercato dell'altro emisfero con l'etichetta di Tony Dale ma finalmente, grazie a Urtovox,
trovano la possibilità di essere pubblicati anche in patria (sì, sono italiani). E gli estimatori di Giardini di Mirò, Votiva Lux, Do Make Say Think, Mogwai non posso che rendere grazie. Che lo si voglia definire slow-core, post-rock o in altro modo, lo stile degli UVMMS è fatto di canzoni dalla struttura diluita e cangiante che culla
l'ascolto su intrecci di arpeggi di chitarra circolari, ripetuti fino all' ipnosi. E forse a fare da manifesto della loro attitudine onirica meglio delle altre è l'ultima traccia: un senza titolo di sei minuti rubato da una session notturna, un flusso di coscienza tra strumenti lasciati a briglie sciolte.
Il trio pavese si alterna tra formazione chitarra-basso-batteria e chitarra-chitarra-batteria; a questa base si aggiungono occasionalmente violoncello, tastiere, vibrafono o armonica, ma ciò che persiste e tesse il tappeto su cui tutto il resto poggia è la batteria. Con le bacchette costantemente a picchiettare sui piatti fino a farli scrosciare, come se tra queste note piovesse sempre, ora con maggiore ora con minore intensità. In quest'atmosfera autunnale procedono lentamente i dieci pezzi, composizioni essenzialmente strumentali delle quali solo tre prevedono il cantato (affidato ad Andrea Ferraris di Deep End e One By One We All Are Becoming Shades) e mostrano come la musica di questi ragazzi possa essere resa ancora più suggestiva se accompagnata da una voce (vedi A Two-Headed Coin).
Voto: 7
Perché: è un disco dal quale è assolutamente gradevole lasciarsi permeare.
Jam - Rossella Bottone
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Fin dalle prime note del loro nuovo album, gli Ultraviolet Makes Me Sick mettono in chiaro le proprie intenzioni: proporre all’ascoltatore suoni caldi e passionali al servizio di trame quiete e meditative. “No Freeway, No Plan, No Trees, No Ghosts” (un titolo che allude a una sorta di purezza mentale, uno stato emotivo molto vicino al sogno) è infatti un disco che cerca la comunicatività attraverso la lentezza del proprio incedere, ricreando atmosfere notturne e coinvolgenti. E’ il cinema, per stessa ammissione della band, uno dei punti di riferimento costanti per l’ispirazione: un progetto che fa pensare, dunque, all’elaborazione di una colonna sonora immaginaria. Tuttavia, rispetto al precedente cd, non ci sono soltanto brani strumentali: una scelta che dà a tratti all’album tinte emo-core, tanto che la musica di questa formazione di Pavia risulta consigliabile soprattutto agli amanti di band come Slint e Codeine, i quali troveranno senz’altro pane per i propri denti (www.urtovox.it).
www.supermizzi.com - GUIDO SILIOTTO
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Lande desolate, paesaggi spogli che si perdono all’orizzonte, atmosfere blu cobalto. Immagini, sensazioni emozioni che possono servire a dare solo un idea del nuovo lavoro degli Ultra violet makes me sick.
Impossibile non farsi cullare dalle suggestioni amplificate e stranianti che fuoriescono dalle note di questo disco. No freeway, no plan, no trees no ghost e nessun posto in cui trovare rifugio, nessuna via di fuga in questa terra deserta animata solo da melodie ininterrotte pronte ad afferrare il cuore a mani nude per spogliarlo di orpelli.
Il titolo del cd può fuorviare l’ascoltatore rimandando un immagine triste e malinconica, ma non cadete in questo tranello perché nei sussurri vocali e nelle chitarre così dilatate è un'altra aria quella che si respira, e non è affatto cupa. Intimacy is jazz, disturbed is art, tra i miei brani preferiti, allontana la mente da disturbi caotici e la relega in un ripostiglio dell’anima adatto a contenere tutti i pensieri più dolci e non scontati. Il disco è una tela che si dipana lungo le 10 tracks scoprendo una sua compattezza d’intenti. I testi ridotti all’osso si lasciano compensare da una batteria discreta che si inserisce timidamente nelle chitarre come ad intavolare un discorso lento e sinuoso disturbato ogni tanto da una voce che completa il brano senza voler intromettersi più di tanto. Un bagaglio che riesce a farsi portare piacevolmente in qualsiasi viaggio stiate accingendovi a compiere nei meandri della vostra mente.
www.lascena.it Pamela Antonacci (pamelantonacci@hotmail.com)
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Il primo nome a cui si collega questo esordio degli Ultraviolet Makes Me Sick è quello dei Giardini di Mirò. Come per gli autori di "Rise and Fall of Academic Drifting" ecco intrecci di chitarre ipnotici, esplosioni sonore che sbucano tra momenti di quiete, crescendo irresistibili. Insomma, quello che la critica ha etichettato come post-rock, in questo caso quello di scuola chitarristica suonato da gruppi come Slint, Mogway o June of ‘44.
Ma c'è non solo quello in "No freeway, no plan, no trees no ghost". Si entra nel disco grazie agli accordi avvolgenti dello strumentale "This is the season for the rest, she said" e subito arriva la prima scossa, "Counter Clockwise", brano elettrico in grado di trovare una carica emotiva rara in questi territori musicali.
Di seguito appare più complicata e meno convincente "Intimacy is jazz, disturbed is art", che tra il ripetersi degli arpeggi delle chitarre sembra smarrire la direzione musicale. Ma nel complesso gli Ultraviolet Makes Me Sick riescono a tenere a distanza i cliché che hanno impoverito tante produzioni post-rock degli ultimi anni, quella tendenza a suonare inaccessibili e difficili a tutti i costi che porta dritto alla noia. La formazione di Pavia riesce invece a far emergere la propria ispirazione, suonando diretta e concisa in molti brani, innanzitutto in "Counter Clockwise", come si è detto, e poi in "A two headed coin", che inizia con la dolcezza di una melodia quieta e poi sfocia in una coda rabbiosa.
Ma il gruppo convince anche nei due strumentali "Brothers fallen near allen" e "Overrexposed", che mostrano ambientazioni notturne ricche di suggestioni. Il vertice di queste atmosfere lo offre forse il brano che porta il titolo del disco, soltanto una chitarra e il suono di una bellissima armonica a ricordare il West di Morricone.
www.kalporz.com – A&M
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Quando si parla di genialità non si guarda in faccia nessuno, non si risvegliano cenni storici e si cerca di esaltare ogni punto fermo. Sembra che da quando nel lontano 1978 Brian Eno fece uscire “Music for Films” sia scattata una molla psichica dentro qualcuno, una vocazione artistica, che fece sì che nascesse un’ondata di “movie-music”, se così vogliamo chiamarla, fatta di sperimentazioni sonore a suon di jazz fuso carnalmente con lo psycho-rock.Questa unione ha dato vita ad artisti venerati e benedetti come Gatto Ciliegia, Mogwai, Portishead, Goldfrapp, Tortoise, gli stessi Radiohead di “Amnesiac” e molti altri. Artisti che hanno visto partorire ultimamente gli Ultraviolet Makes Me Sick, cui mi appresto a presentarne l’ultimo lavoro.
I media hanno voluto mischiare tutti dentro il pentolone “post-rock”, definizione che personalmente ritengo poco appropriata, limitata e limitante sia per gli Ultraviolet che per gli artisti precedentemente sopra citati.
Via libera all’interpretazione quindi per questo “…No freeway, no plan, no trees, no ghosts”, seconda opera per il trio italiano nato come strumentale nel 1999, a due anni dall’uscita del primo lavoro “Soundproof”, successivo a due EP di dimostrazione della band.Non è cambiato molto nel sound di matrice innovativa: gli ambienti e le sonorità si spaziano maggiormente, l’emotività rimane coerente e cinematograficamente molto rappresentativa.
Aggiuntiva la voce di Andrea Ferraris (One By One we all becoming shades, Deep End) in qualche traccia, così come tastiere, violoncello e fisarmonica, che fanno da contorno eclettico in questo prodotto dal messaggio sicuro e luccicante.
Dai fantasmi visionari di Robert Wyatt di “Intimacy is jazz, disturbance is art”, dall’influenza sottolineata dei Gatto Ciliegia in “Overexposed”, dal sorriso dei Mogwai che saltella su “Counter-clockwise”, il cd passa alla crudezza fonica di “A two-headed coin”, alla melodia depressiva di “Brothers fallen near Allen”, pezzo estremamente intimista dal sapore spirituale, in cui emerge la chitarra “Frippiana” di Gianmaria Aprile.
Le circumnavigazioni ambiental-jazz fanno comunque da alone impenetrabile e protettivo per una sacca contenente anima, sentimento, emotività, improvvisazioni folk-blues eccentriche, barrè di classe e dolcezza.
La batteria di Davide Impellizzeri è il punto cardine di questo splendido lavoro: ferma ed indipendente ma allo stesso tempo compagno di viaggio quasi all’esterno per il resto della composizione; dolce e mai violenta, decisa ma mai spavalda.Il disco conclude con un’improvvisazione psichedelica dal sound fine-sixties che ha delle sembianze vagamente tenebrose, come a musicare degli attimi di calma piatta tipici delle notti trascorse in veglia.Se volete sognare, se volete rilassarvi, se desiderate cullarvi in misticismi mediatici interpersonali questo disco è la soundtrack più perfetta e appropriata per accompagnare certi momenti.
Gli Ultraviolet Makes Me Sick sono una realtà del circuito Indie nostrano. Forse il mercato dovrebbe aprire gli occhi e capire che molto spesso l’orecchiabilità che ricerca fa sì che l’udito del “consumatore” abbia sempre più bisogno di un po’ di relax… ora sa sicuramente chi andare a cercare.
Voto 9
www.rockers.it - Angelo Argiolas
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Uscito ai primi di marzo per la Urtovox, "…No freeway, no plan, no trees, no ghosts" nuovo album degli UltraViolet MakeMeSick disegna scenari minimi, rimbomba silenzioso come pietra in uno stagno. Vengono da Pavia nascono nel 1999 e nel frattempo hanno pubblicato vari ep con l'interessamento di Camera Oscura, casa di produzione Australiana. La storia è sempre la stessa, poco conosciuti dalle nostre parti, molto apprezzati fuori. Ora è tempo del nuovo album dopo "SoundProof", ed è tempo di memorie perse, di voci roche, di pause e riprese. Suona così l'album, incontrollabile e molto labile, facilmente riconducibile alla scena post-rock intimista, ma assolutamente da non banalizzare dentro una definizione. Sono piccoli frammenti, schegge impazzite, chitarre che grattugiano piano piano ("Overexposed"), emozioni che implodono ("A two-headed coin"). "Intimacy is jazz, disturbance is art" risulta una dei pezzi che più riesce a sintetizzare il lavoro svolto, come sottotitolo si legge "Monocromatic is the color of the day". Ma non è tristezza che emerge, è una forte staticità dell'animo. Del colore, il viola, che riecheggia nei suoni e nelle atmosfere.
Tribenet - Rocco Rossetto
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Secondo lavoro per gli Ultraviolet makes me sick, che suonano con un approccio delicato e slow-core, destrutturazioni care all’universo post-rock.
Il paragone in casa nostra ci porta ai primi Giardini di Mirò, se non altro per quella propensione più melodica che rumorosa; a dir la verità gli UVMMS assomigliano di più ad un fecondo connubio fra la psichedelia pinkfloydiana, e quell’approccio cupo e vagamente rumoroso degli Slint di “Breadcrumb trail”.In effetti , tracce come “Counter clocwise” ci portano in un mondo appena abbozzato, ma stracolmo di immagini che riescono a dipingere atmosfere onirico-riflessive.
Se poi ci facciamo prendere per mano da “Intimacy is jazz, disturbed is art”, allora entriamo in un mondo fatato scandito da una ritmica discontinua, che sa interrompersi senza sacrificare un’atmosfera rallentata, suggerendo all’ascoltatore di prendere fiato solo negli intervalli.
La dolcezza sonora di “A two headed coin”, è supportata da un perfetto connubio con la voce, che accompagna la musica con delicatezza e audacia.
Il cd appare diviso in due parti; infatti dalla sesta traccia in poi, scompare la voce, e sembra complicarsi la trama strumentale delle tracce (come in “I think it’s the night comin’ on”).Forse proprio per la spiccata vena melodico-organica che il gruppo possiede nel suo DNA, la mancanza della voce si fa sentire in tracce come “Brothers fallen near Allen”, nella quale si attende con trepidazione l’arrivo di qualcosa che in realtà non accade.Bellissima e suggestiva la title-track; chiude il cd l’ultima traccia, la più sperimentale, anch’essa ineccepibile e coerente con l’approccio del gruppo.
Questo disco è composto da frammenti di un’ unità ben suddivisa, ben suonata, gravida di idee interessanti, che pur non discostandosi dai canoni del genere riesce con personalità a proporre nuovi standard; ruotando sempre intorno ad un senso visceralmente tendente ad una melodia che accompagna tutto il disco, si ha una sensazione di continuità che rende questi 50 minuti circa, un’opera da cui prendere spunto, un approccio da cui imparare.Ultimamente in Italia, mi riferisco naturalmente alla scena post-rock, stanno nascendo realtà davvero interessanti, e gli Ultraviolet makes me sick sono sicuramente una fra le più mature, e di sicuro la più “accessibile”; “No freeway, no plan, no trees no ghost” sa veramente creare delle atmosfere emozionanti, e credo sia una piacevole esperienza per qualsiasi ascoltatore, perché ha il pregio di riuscire ad abbracciare la melodia in tutte le sue sfaccettature, risultando cosi per nulla ripetitivo o noioso…
www.alternatizine.com - Stefano Bernardi
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Ritornano a battere un colpo gli Ultraviolet Makes Me Sick, italianissima (a dispetto del nome e sopratutto delle sonorità) band di Pavia, al loro secondo disco dopo l'eccellente Soundproof, distribuito in Australia, America ed Inghilterra. Un gruppo sopra dalle sonorità inconsuete per una scena italiana troppo spesso rinchiusa nei soliti cliché musicali reiterati fino alla nausea; volendo dare delle corsie preferenziali al suono della band possiamo dire che ad influenzare quest'ultimo sono stati sicuramente gruppi come i Mogwai e i Sigur Ros - e, più in generale, la scena post internazionale - rispetto ai quali però ci sembra di notare una propensione melodica più marcata (dovuta anche alla presenza della voce) e una maggiore pulizia nel songwriting, oltre alle frequenti ibridazioni in chiave folk-blues e jazzy che i nostri operano sulle loro composizioni. Un sound minimale, giocato su suoni cristallini e intarsi di chitarre lacerati da asperità improvvise, un rincorrersi continuo di emozioni ora accennate ora esplose in pieno volto, una spirale sonora che ricade infinite volte su sè stessa e sembra apparentemente destinata a non chiudersi mai. Dieci tracce velate di inquietudine psichedelica che lasciano col fiato sospeso: come i sei minuti e passa di A two headed coin, dall'andamento trascinato e indolente che attraversa continui cambi di ambientazione, o Brothers fallen near Allen, una costruzione melodica che lievita in maniera lenta ed intensa. Inutile negarlo: No Freeway, no plan, no trees, no ghost è un disco intenso e rarefatto da ascoltare dall'inizio alla fine ad occhi chiusi e mente aperta, in cui, a differenza di altri dischi della stessa area, la tensione emotiva non viene mai meno.
Music Boom [www.musicboom.it] - Ferdinando Farro
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Potrei dirvi che il nuovo disco degli UVMMS presenta una sostanziale differenza rispetto a “Soundproof”, l’ultima cosa prodotta da questi ragazzi di Pavia che il sottoscritto ha ascoltato: ora ci sono delle parti cantate (la voce è quella di Andrea Ferraris), che per la band è una cosa inedita. Ci sono degli arrangiamenti che trascinano i brani a sfiorare una dimensione quasi “pop”.
C’è Fabio Magistrali, consolidato “re mida” del rock indipendente italiano, a smanettare dietro le manopole del mixer. Potrei approfondire questi pur interessanti argomenti, ma mi sembrano puri dettagli, dinnanzi alla bellezza impalpabile di questo disco.
Mi sembrerebbe di dover descrivere un tramonto riferendomi esclusivamente ai parametri della scala cromatica, o raccontare un sogno giudicando tecnicamente l’interpretazione degli attori protagonisti (...). “No freeway...” è sospeso in quella dimensione-limbo, dai contorni indefiniti, che interpassa tra il mondo onirico e la veglia. Scorre come una colonna sonora per immagini in bianco e nero che l’ascoltatore crea liberamente nella sua testa, condotto per mano da note evocative e liquide, carezzevoli, dilatate, raramente appena un pizzico più turbolente. “No freeway...” è una passeggiata ad occhi chiusi sull’orlo di un precipizio, una dolcissima ninnananna per spiriti irrequieti, straripante di spunti melodici e progressioni trascinanti.
Ascoltatatelo. Poi, se proprio ci tenete, sbizzarritevi ad svilirlo con le solite etichette: slo-core, jazz-rock, post rock...etc..etc..
Freak Out [www.freakout-online.com] - Daniele Lama (29/03/2004)
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Seconda puntata per il "post-rock cinematico" del trio pavese che dopo l'esordio del 2001 su CameraObscura, label australiana, si accasa a Barberino del Mugello con Urtovox.
No freeway, no plan, no trees, no ghosts presenta alcune novità nel suono e nelle strutture dei pezzi: il primo arricchito dagli inserti di vibrafono e dalla voce di Ics (Deep End, One By One We're All Becoming Shades, Pölis) in tre brani e le seconde da una maggiore dinamicità/varietà dei singoli episodi e dal sapiente lavoro di post-produzione di Fabio Magistrali. Il resto, per chi già aveva ascoltato Soundproof, potrebbe essere già noto - il che, attenzione, non significa scontato o già sentito: raffinate tessiture e inseguimenti chitarristici, melodie efficaci, di quelle che ti si appiccicano addosso per giorni e non vanno più via… e poi pa(es)saggi dilatati ed evocativi, che si fanno tutt'a un tratto saturi di un suono denso, compatto, a tratti sonico (a two-headed coin). Tutto è tenuto insieme dalla batteria di Davide Impellizzeri (Dirty Three dietro l'angolo..) che impreziosisce notevolmente le dinamiche, leggera e impeccabile nell'accompagnamento ma pronta a dire la sua al momento opportuno.
Ad ogni nuovo ascolto si percepisce poi un nuovo dettaglio: dall'intro jazzosa di this is the season for rest, she said, dichiarazione d'intenti per ascoltatori dal palato fine, alla ballata counter-clockwise con le sue irresistibili aperture melodiche e il piglio un po' storto western/country-eggiante (e che vorrete subito mettere in repeat) agli altri episodi ognuno col suo nuovo, piccolo, particolare (fisarmoniche..violoncello..effettini); un mondo entro cui farsi trasportare per vivere immagini "senza tempo", come le foto dei viaggi che abbiamo fatto, sempre un po' sbiadite, ma quelle sensazioni che abbiamo vissuto ce le trasmettono sempre.
Il disco degli ultravioletti finisce così: con una manciata di saluti finali della title-track (e relativo backline…), chitarra e armonica sole e arrivederci poi chissà a quando alla prossima puntata.
Post? [www.post-itrock.com] Danilo Cardillo
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Una bella fotografia di un paesaggio freddo e brullo, una piana autunnale immobile contemplata dal candido calore di un cappuccio, una melanconia quieta e piacevole. Calmo, rilassato, post nel dna, nel cuore, diafano, a tratti scarno, cristallino, musica a maglie larghe, che lascia spazio, che fa passare.
Chitarra - soprattutto - dal procedere delicato che si concede solo raramente a cuspidi di intensità GYBE!iane (passatemi la brutta espressione). Batteria, a tratti quasi pudica nel suo lavoro, poi voce, a volte, e bella. Qualche altro elemento, episodico, in punta di piedi, la grazia di un soffice abbraccio. Piccoli particolari che si notano solo con l’attenzione, un afflato melodico mai eccessivo.
Tanto da dire, troppo forse, su questo disco. Chiariamo subito il nocciolo del discorso: se siete appassionati di post-rock, magari nelle sue forme meticciate con lo slow-core e con un’ombra di folk d’autore, questo è un lp da avere.
E non da avere come - chessò - l’ultimo gruppo americano dal nome chilometrico di cui si è letto (e c’è da farne collezioni anche solo limitandosi al post… pensiamo solo a Godspeed You Black Emperor!, The Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-la-la Band With Choir, Meanwhile Back In Communist Russia…!), o anche qualche forse sin troppo blasonata realtà nostrana persasi strada facendo. No, questo disco è da avere senza la solita fame rapace di novità, senza questa superflua ansia da prestazione con cui ci si rapporta alla conoscenza di determinate realtà sotterranee. Questo disco non è il primo degli Strokes, non ne sentirete parlare sino alla nausea. Questo disco sarà vostro, uno dei tanti forse, ma di quelli ‘buoni’, quei dischi su cui sai di poter contare, quei dischi che rispuntano fuori in determinate giornate, in precisi momenti.
Gli Ultraviolet Makes Me Sick, insomma, meritano. “No freeway, no plan, no trees, no ghosts” si presenta con buon gusto, racchiuso - ebbene sì - nei canoni dell’atteso, negli stilemi del genere, ma con quel qualcosa che distingue un buon lavoro post-rock da uno banale e non ispirato. Dalla voce di Andrea Ferraris degli One By One We’re Becoming Shades (si diceva prima dei nomi, vero?) e dai rinnovati orizzonti musicali, il sound del gruppo di Pavia ha tratto nuova linfa vitale, confezionando un opera sognante, rilassata. In una sola parola: bella.
Critiche ce ne son state, per carità: c’è chi li ha tacciati di supina adesione al genere, chi di eccessive concessioni alla melodia, ma tutto questo non può che passare in secondo piano di fronte ai molteplici meriti di un disco che, concessagli la possibilità di un ascolto attento, riesce a conquistare in breve tempo.
Chi all’estero ha deciso di distribuirli (Camera Obscura) ha fatto la mossa giusta. Chi in Italia deciderà di ascoltarli, anche. Ed ora, scusate, ma vado ad alzare il volume e mi appollaio con una tazza di the sul divano. Puro piacere.
Rockit - Andrea La Placa (e-mail: andrealaplaca@rockit.it) 19-03-2004
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In parecchi li chiamano Tortoise italiani: non mi sbilancio in giudizi sull'affermazione in sé, ma è pur vero che Ultraviolet Makes Me Sick si abbeverano alla stessa fonte di quel post rock riflessivo e suadente che tanto ha fatto parlare di Chicago. Va detto che UMMS sono tutt'altro che plagiari di grammatiche già decodificate ed abusate: cambiano gli intenti e scema il punto di fuga della musica, giacchè la band suona soprattutto musica "pop" di nessuna importanza teorica ma dalla scrittura limpida ed insindacabilmente efficace. Suonato a volumi alti, un pezzo come Overexposed rende bene l'idea: melodie di chitarra che si rincorrono, batterie leggere e cadenzate, quasi jazz, psichedelia votata all'essenzialità. Più Gatto Ciliegia che Giardini di Mirò. Ennesimo disco gradevole ed invitante: manca ancora quel po' di personalità in più per renderli un gruppo di valore elevatissimo (un po' meno efficaci, ad esempio, quando usano la voce: una novità nel suono del gruppo che probabilmente va perfezionata ed amalgamata), ma No Freeway, No Plan, No Trees, No Ghost rimane una via obbligatoria dello stradario postrock italiano.
Movimenta [www.movimenta.com] - Francesco Farabegoli [Kekko]
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"No freeway, no plan, no trees, no ghost" è il secondo album degli Ultraviolet Makes Me Sick, trio principalmente strumentale di Pavia, dopo la precedente esperienza di "Sound Proof", distribuito anche in Australia e negli USA.
Musica ambientale, post-rock, colonna sonora o semplice viaggio musicale: comunque vogliate definirlo, questo album è un mosaico di dieci canzoni che hanno come denominatore comune una grande rilassatezza di fondo, tanto nei pezzi strumentali quanto in quelli cantati.
Accendete una candela, spegnete la luce e mettetevi a letto: gli Ultraviolet saranno un buon sottofondo dei vostri pensieri o una buona spinta verso le braccia di Morfeo, per poi trasferire tutta la delicatezza dei suoni nei vostri sogni. All'infuori di questa dimensione onirica l'album è però molto limitativo: l'intuizione di fondo è buona, le sonorità create dai tre sono davvero piacevoli, ma quello che non convince è la riproposizione estenuante degli stessi ritmi e degli stessi suoni per ben dieci canzoni, l'una uguale all'altra, tanto che ascoltare il cd per intero è come percorrere una strada di noia e sbadigli.
Considerando le canzoni nella loro singolarità è invece possibile individuare gli aspetti di maggior qualità del gruppo: il tappeto musicale, sempre ben equilibrato tra intensità e dolcezza (difficile individuare un pezzo migliore degli altri vista l'affinità che lega i tasselli dell'album, ma tra i migliori pezzi strumentali citerei sicuramente "A two headed coin") e l'aspetto vocale, presente solo in alcune canzoni (buone "Counter Clockwise" e "Intimacy is jazz, Disturbed is art"), una voce quasi sussurrata per paura di rovinare l'atmosfera.
Detto questo voglio precisare che per scrivere un buon album è necessaria una solida base di qualità ed inventiva: nel caso degli Ultraviolet Makes Me Sick è sicuramente presente la prima, ma è deficitaria la seconda.
"No freway, No plan, No trees, No ghost" è un disco che aderisce in maniera troppo pedissequa al post-rock d'oltreoceano, finendo per ristagnare in un genere già di per sé ripetitivo. Quando le atmosfere sognanti e ripetitive occuperanno solo tre-quattro canzoni su dieci, allora forse i tre di Pavia daranno vita ad un album davvero degno di nota.
Mescalina - Luca Meneghel <kurt2409@virgilio.it>
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Italian "post-rock" trio Ultraviolet Makes Me Sick formed in the spring of 1999 in and, after a period of line-up turbulence and a final decision to proceed on an instrumental basis, recorded a pair of CD-R EPs that ended up being officially released by Camera Obscura in 2001 as the "Soundproof" CD. The band is drummer Davide Impellizzeri, guitarist Gianmaria Aprile, and Alberto Anadone who plays guitarist or bass according to the composition.Starting from the premise of guitar-led rock, the angular and melodic compositions on their debut release created their own cinematic language. In their words: "We play instrumental music for life, capturing harmonies in film-like tunes, inspired by images and sensations in order to recreate particular feelings we have inside". They play extensively in Italy, with latest dates to be found on their web site.
2003 saw the band busy recording a new album for Camera Obscura (and Urtovox in Italy): "…No freeway, no plan, no trees, no ghosts". Post-production, mixing, editing and mastering was entrusted to Fabio Magistrali who added a spatial quality to the record that is quite different to the live directness of "Soundproof". The record sees first UVMMS vocal tunes, gauzy skeins of melody and recitation courtesy of Andrea Ferraris, member of the bands Deep End and One by One We're All Becoming Shades.
For their second full-length release, Ultraviolet Makes Me Sick go well beyond their original sparse remit and provide the listener with an exquisitely detailed and textured canvas to project their dreams onto. A wider range of instruments has been used to flesh out sonic ideas, and they've moved to a more layered studio sound. Despite this more consciously crafted approach, the predominant mood is airy and spacious, with the dynamic of the recording process giving each instrument full weight. The light and jazzy vibe of the opening "This is the season for rest, she said" is reversed on itself for the quiet guitar fire and enigmatic vocals of "Counter-clockwise" and we think that the distance the band has travelled from its debut is evident from these opening tracks alone. Elsewhere, the beautiful structures and nuanced playing match the poetry of titles like "Intimacy is Jazz, Disturbance is Art", "Brothers Fallen near Allen" and "Hearts and Minds Out of Tune and Reversed". It all adds up to a work of great beauty and resonance.
...for lovers of Mogwai, Tortoise, Do Make Say Think.
"This is atmospheric and emotional soundtrack music, alternately dramatic or lulling." - Dream Magazine
"Ultraviolet Makes Me Sick invites us along for an emotive and cinematic ride" - The Broken Face"
Three adorable Italian boys playing mellow instrumental post-rock." - Aquarius Newsletter
Tony Dale [Camera Obscura Rec] Press Sheet
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Il trio pavese fa un salto di qualità sorprendente. Lasciate al palo le suggestioni, ma anche i pasticci della musica emozionale del primo album si fanno trascinare dalla corrente del post-rock. Lo fanno in modo intelligente e geniale, con la curiosità di chi si sperimenta senza rinnegarsi. I ragazzi Hanno talento. Se ne sono accorti anche in Australia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
Liberazione - 04/03/04
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Nessuna autostrada che delimiti una traiettoria fissa, nessun piano prestabilito, nessun albero sotto il quale sostare, nessun fantasma da cui fuggire: all'insegna della libertà e della moltiplicazione delle opzioni, 'Soundproof ha (finalmente!) un seguito, a testimonianza dell'irreversibile evoluzione di Ultraviolet Makes Me Sick, trio pavese che rappresenta l'espressione più matura del post-rock made in Italy. Ancora sull'australiana Camera Obscura per il resto del pianeta, l'album trova. un'etichetta italiana, Urtovox, per la distribuzione nazionale, e speriamo che questo segni una svolta importante per l'affermazione del gruppo presso un pubblico più vasto. L'attacco scarno con i suoni pigri e sognanti di 'This Is the Season for Rest, She Said' non lascia ancora presagire i cambiamenti in atto in casa lNMMS: 'Counter Clockwise' rivela scenari insolitamente romantici, e soprattutto l'innesto della voce su una miscela precedentemente strumentale, che alle nitide linee math-rock di chitarra/basso/batteria aggiunge una nota floydiana ed un sospetto di Porcupine Tree. 1 suoni sono sempre organici e "valvolari" al punto giusto, ma una vena desertica, un po' anfetaminica ('A Two-Headed Coin' ha qualche affinità con i Codeine) mette a tratti iIL pericolo i trasparenti reticoli strumentali che ben conosciamo. Ritmi spezzati, un po' "jazzy", e tenui dissonanze chitarristi che rendono 'I Think It's the Night Comin'On' particolarmente intrigante, ed i continui cambi di clima di 'Heart and Mind Out of Tune and Reverse' sottendono una narrazione efficacemente cinematografica. Con questo emozionante secondo album, UVMMS sono un passo più vicini a ricreare su disco l'inesprimibile magia dei loro concerti; come dire, sull'orlo del capolavoro.
Enrico Ramunni - Rockerilla 03/04
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Già il precedente "Soundproof", con buona parte dei primi due Ep autoprodotti e stampato dall' australiana Camera Obscura, aveva trovato consenso e distribuzione anche in Stati Uniti e Regno Unito, Lo stesso accade per "No Freeway, No Plan, No Trees, No Ghosts", pubblicato dalla nostrana Urtovox, che pur non beneficiando delle attenzioni mediatiche di altre label peninsulari sta allestendo un catalogo di tutto rispetto. Ultraviolet Makes Me Sick sono tra coloro che non temendo la saturazione del genere s'applicano con intensa creatività ad un post-rock che può sopravvivere solo se immune da ansie colte e matematiche e che nel loro caso è infatuato di andamenti cinematici che vagolano da uno smarrimento all'altro senza mete prefisse, accumulati con una sensazione di instabilità che a tratti immalinconisce nel volgere lo sguardo a ciò che è dissolto. La novità dell'introduzione di parti vocali in tre brani, tra cui Counter Clockwise ed Intimacy Is JaZZ, Disturbance Is Art, che con Overexposed, Brothers Fallen Near Allen, Heart And Mind Out Of Tune And Reverse, si segnalano come i pezzi più significativi, arricchisce senz' altro le circuenti strategie della formazione lombarda e ha il potere di intepidire ad intermittenza, con tatto, come raggi invernali, paesaggi che rischierebbero a lungo andare di rifrangersi asettici. (7/8)
Paolo Bretoni - Blow Up 03/04
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Tre lunghi anni di gestazione prima di veder ricomparire gli UVMMS, giovane speranza dell'underground nostrano. Tre anni in cui il post-rock, genere-non-genere in cui i nostri sono stati incasellati, si è afflosciato su stesso, scricchiolando ai vertici (Mogwai e soci) e mostrando gravi crepe nelle propria fondamenta. Era lecito attendersi un mutamento radicale, quindi, come sarebbe stato per molti trendini che affliggono il rock italico; ma i nostri appartengono a quella sorta di 'specie protetta' che delle mode non sa proprio che farsene. No freeway, no plan, no trees, no ghost, infatti, non è nient'altro che il discendente diretto di Soundproof, senza deragliamenti né forzature. Fa sì capolino la voce, ma emerge talmente in modo naturale e omogenea al contesto che l'innovazione 'entra' dolcemente, senza sconvolgimenti di sorta; a fornirla è Andrea ferrarsi dei - peraltro ottimi- Deep End, a testimonianza di una nascente 'scena' accomunata dall'intento di proporre suoni che rifuggano dalla banalità di tendenza. Il risanamento del nostro 'sottobosco' è in corso e, stando alle trame slintiane di una Overexposed o di Counter Clockwise, pare sempre più vicino
Emanuele Sacchi - Rumore 03/04
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Un titolo di album che così ben descrive il contenuto del formato digitale è raro da trovare. Nessuna freeway dove sfrecciare verso una direzione precisa e lontana, nessun percorso quindi, nessuna pianificazione in testa, nessun albero a tagliare lo sguardo di uno spazio aperto, nessun fantasma dal quale guardarsi, nessun pensiero quindi dal quale scappare o a cui dare troppo peso. Un unico momento fantasticamente beato che ci si dovrebbe prendere più spesso, basta meno di un'ora, giusto il tempo per gustarsi il secondo disco ufficiale degli italianissimi UltraViolet Makes Me Sick (prodotto da Fabio Magistrali), ora accasati a Urtovox. Ascoltando quest'album con la mente libera da pensieri, senza affanni e magari a luci basse, non si potrà far altro che sentirsi leggeri, viaggiare in un mondo perfetto fatto di suoni e colori che si modificano a seconda della situazione in cui ci s'imbatte. Per dare un minimo di riferimento possiamo definire post rock (ma anche slow core) la musica degli UltraViolet Makes Me Sick, un ipotetico incrocio tra Mogwai e YuppieFlu, ma è davvero superfluo citare altre band quando si ha di fronte un disco tanto puro e disarmante. Rispetto al disco d'esordio si aggiungono una maggiore varietà di suoni e alcuni brani sono cantati (il lavoro precedente era strumentale) da Andrea Ferraris del gruppo ambient One By One We Are All Becoming Shades, che rende benissimo con la sua voce delicata, regalando maggior emozione alle composizioni che vantano trame delicate e profonde. Un disco che necessita di essere preso in blocco e di essere ascoltato ed apprezzato più e più volte per meglio percepirne tutte le cromature, a voler segnalare qualche titolo è fantastica "Counter Clocwise", "Overexposed", che presenta forse l'atmosfera e le idee più interessanti e la titletrack che non a caso è posta in fondo al disco quasi a riassumere le sensazioni e le immagini prodotte, disegnate, scoperte, esaltate dal sound di UltraViolet Makes Me Sick. Davvero un bellissimo disco.
Fabio Igor Tos - Sonicbands
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A poca distanza dal bel lavoro degli Hogwash, l'occhiuta Urtovox pone il marchio su un'altra opera al confine tra (ciò che resta del) post rock e dense istanze folk-blues, però decisamente più visionario e jazz-oriented. Trattasi del secondo lavoro a firma Ultraviolet Makes Me Sick da Pavia, nel quale predomina - a dispetto delle quattro negazioni del titolo - una positività latente, il gusto per l'epifania di ogni singolo suono suonato e riverberato (ottima la spazialità avvolgente, intima, un abbraccio di strumenti in primo piano).
Rispetto al predecessore Soundproof spicca maggiore padronanza e sicurezza, una calma inebriante e - principale novità - la presenza della voce in tre pezzi, livellata e non brillante alla stregua di tanto recente post-indie-popadelico, ma anche capace di prendere il mood per la collottola come nella centrale A Two Headed Coin, ballata tutta singulti (di corde, di pelli) e rifrazioni (di piatti, di synth), lusingata da violoncello e campanellini prima d'incendiarsi in valzer psichedelico dal piglio tardo-sixties.
Qua e là aleggia un senso di già sentito, specialmente in Counter Clockwise (che propone un ideale ibrido tra gli ultimi Mogwai e i nostrani Yuppie Flu, con surplus di chitarra cinematica), ma alla lunga il rischio è aggirato grazie alla fragranza ispirata, alla tiepida anarchia delle forme, sempre sul punto di scivolare jazzy come fa Intimacy Is Jazz, Disturbance Is Art (sogno wyattiano tra rilasci e sospensioni, indolenza malsana dEUS, il basso che spalma gommosità ed un vasto luminoso cincischio di piatti) oppure farsi solertemente trafiggere da richiami soul-funk come in I Think It's The Night Comin'On (le chitarre mestano angolosità energetiche, baluginii di tastiera nella penombra del bridge).
C'è il suono e c'è l'ombra del suono (acustico, elettrico, un pizzico elettronico), dichiarazione poetica e confessione assieme, il consegnarsi al suo abbraccio genuino, alla sua innocente maledizione. Sentire per credere le visioni strinite e stranite di Heart And Mind Out Of Tune And Riverse, quelle palpitazioni gitane, gli spasmi improv, il suo cuore di fisarmonica.
Tra soffici escursioni folk-blues ad ampio respiro (il crescendo toccante e acidulo di Brothers Fallen Near Allen, la malinconia ebbra dell'iniziale This Is The Season For Rest, She Said) e circonlocuzioni melodiche dall'epicentro abbagliante (l'ottima Overrexposed, un buio di crepitii e vibrafono in obliquo caracollare jazz-blues prima del vibrante climax conclusivo), si arriva ai minimi termini di una tilte track giocata su chitarra, silenzio e armonica, salvo poi rivelarsi canovaccio su cui la ghost track struttura libere suggestioni e fughe sonore, la tavolozza imbrattata di tinte psych e blues e jazz, una densità aerea tutta ombre e sussulti e rifrazioni.
Alla resa dei conti, su questo disco mi sembra pesare un alone di compromesso, come se certe concessioni al pop fossero né più né meno la chiave per acciuffare un po' di airplay, e i veri Ultraviolet quelli che fanno colonna sonora di visioni intime e ventose, veementi e notturne. Impossibile tuttavia biasimarli per questo.
Anche perché in definitiva è un lavoro ben realizzato, dove ogni complessità trova la giusta soluzione. Al suo meglio ti coinvolge, ti trascina in una lenta, intensa levitazione. Al suo peggio è un gradevole sottofondo per emozioni in fase d'assestamento. Con un po' di coraggio e (in)sana avventatezza alla prossima potrebbero sfornare un capolavoro. (7,0/10)
Stefano Solventi - Sentire Ascoltare
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Dopo avervi più volte segnalato questo gruppo, gli Ultraviolet Makes Me Sick <http://www.miapavia.it/articoli/gruppi/ultraviolet.cfm>, come uno dei complessi più interessanti e promettenti dell'area pavese, posso finalmente parlarvi del loro secondo lavoro discografico dal titolo "No freeway, no plan, no trees, no ghosts" (il primo album si chiamava Soundproof, pubblicato anch'esso dall' etichetta australiana Camera Obscura Records di Melbourne nel 2001).
Fautori di un rock esclusivamente strumentale, affrontato con una formazione a trio che vede spesso la rinuncia al basso in favore di una seconda chitarra, si sono mossi con tenace determinazione nel perseguire i loro obbiettivi e, a quanto pare, ci stanno riuscendo.
In No freeway, no plan, no trees, no ghosts (in doppia produzione: Camera Obscura-estero <http://www.miapavia.it/www.cameraobscura.com.au> + Urtovox-Italia <http://www.miapavia.it/www.urtovox.it>) figurano anche le prime composizioni cantate, dalle armonie pop di matrice slow-core, in cui Andrea Ferraris, di One by One we are all becoming shades e Deep End, presta la sua voce. Il territorio è quello di Do Make Say Think, Tortoise, Mogwai, Dirty Three, Codeine, Rex, ma alterato e interpretato con un forte spirito evocativo e cinematografico; immagini ora statiche, ora in movimento, nitide o sbiadite una dopo l'altra.
Brian Eno, tanti anni fa, pubblicò uno stupendo disco dal titolo Music For Films in cui, con lucida preveggenza, indicava le matrici di quello che oggi è diventato un vero e proprio genere musicale.
Musica minimalista, di genere impressionista, evocativa di immagini intime o paesaggistiche, con suoni che restano in bilico tra l'acid-surf e le colonne sonore dei films di Lynch, il jazz e la musica da camera, e che, latamente, ricorda il modo compositivo dei new-acustic (ovviamente in elettrico).
Inciso nella primavera del 2003 a Sant'Alessio con Vialone c/o Farmstead Studio, mixato da Fabio "Magister" Magistrali, masterizzato al BIPS di Milano, No freeway, no plan, no trees, no ghosts si rivela un lavoro sicuramente più maturo del precedente.
Alberto Anadone (chitarra, basso, basso fretless), Gianmaria Aprile (chitarra acusticaelettrica, armonica) e Davide Impellizzeri (batteria, vibrafono) si avvalgono, questa volta della collaborazione di Andrea Ferraris (Voce e Tastiere), Massimiliano Grassi (Fisarmonica), Emanuele Lovati (Violoncello).
La nuova presenza vocale se da un lato amplia un po' i territori di scoribanda in cui gli UMMS possono veleggiare, dall'altro (a mio parere) tolgono un po' di quella originalità che contraddistingueva la loro cabarbia convinzione strumentale.
Trovo che questo nuovo disco, nel suo complesso, sia di una bellezza che i gruppi nostrani difficilmente raggiungono per qualità e originalità di suoni; così come molto ben calibrato è l'uso dell'effettistica e della rumoristica, che si integrano perfettamente col tessuto sonoro creando quell'insieme ipnotico che, sin dalle prime note, dichiara una sua personale identità, costringendo l'ascoltatore ad "entrare subito in atmosfera".
Furio Sollazzi - MiaPavia
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Secondo album per gli interessanti Ultraviolet Makes Me Sick che, come avvenuto per il precedente disco di debutto, godranno per il nuovo lavoro di una distribuzione all'estero che coinvolgerà Australia, Inghilterra e stati Uniti. Rispetto al primo, 'No freeway, no plan, no trees, no ghosts' presenta subito la novità di contenere alcuni episodi cantati, cosa che allarga i confini iniziali della formazione proveniente da Pavia e che comunque non stravolge l'attitudine della loro musica, tesa a creare atmosfere dense di oscurità e momenti rarefatti che ben si presterebbero alla magia della sonorizzazione. Sicuramente una delle realtà più in salute del nostro panorama, gli UVMMS realizzano dieci brani contaminati da un'influenza rock che emerge sopra una distesa di calma piatta e ipnotizza l'ascoltatore con un piacevole contrasto di suoni. Ecco quindi il significato del titolo che lascia intendere una ricerca senza schemi e soprattutto senza obbiettivi da centrare, se non quello di mettere in musica l'inquietudine e la pace di una band che sta riuscendo ad essere fedele a se stessa.
Giuseppe 'Pepe' Carpitella - Rock Sound 02/04
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Con Soudproof, l'esordio di poco più di due anni fa pubblicato dall'etichetta australiana Camera Obscura, gli Ultraviolet Makes Me Sick si presentavano come gruppo dedito a una musica strumentale legata a schemi post-rock riletti in chiave emotiva e paesaggistica, per mezzo di composizioni atmosferiche e circolari, spezzati dagli interventi di una batteria eclettica e ricca di sfumature: il tutto per un risultato forse non originalissimo, ma di sicuro impatto, suggestivo ed equilibrato.La decisione del trio pavese di ampliare il proprio discorso includendo nuovi strumenti e la voce in alcuni episodi, si rivela più che azzeccata nell'ultimo album, edito dalla Urtovox/Audioglobe. Nei brani cantati, che ospitano la voce di Andrea Ferraris (Deep End, One by One We Are All Becoming Shades), ci si muove impadronendosi di schemi compositivi riconducibili alla scuola slow-core, con movimenti al rallentatore e impressionismi sonori che procedono per accumulazione e sottrazione ( A two-headed coin, che accoglie pure le lente evoluzioni di un violoncello), e linee melodiche che in 'Intimacy is jazz, disturbance is art' acquistano traiettorie oblique e jazzate avvolte da una sottile aura psichedelica. La resa degli strumenti, complice in fase di post-produzione di Fabio Magistrali, contribuisce a delineare un suono onirico, avvolgente, nervoso a tratti, prevalentemente chitarristico, legato ad una dimensione cinematica che rispecchia con efficacia l'estetica minimale dell'ensemble. Bello, come potrebbe esserlo un disco dei Mogwai se gli scozzesi fossero approdati dalle parti delle 4AD dopo aver coltivato la passione per il jazz e per il folk ad alto tasso di malinconia.
A.Besselva - Il Mucchio Selvaggio 17/02/04
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Il trio di Pavia perde molto in freschezza aderendo completamente al post-rock (Overexposed) e guadagna talora sguazzando nelle libertà che in realtà il genere concede (intimacy is jazz, disturbance is art) e affidandosi a voci sporadiche (Counter-clockwise). Ma l'attacco di This is the Season for rest, she said è un bel biglietto da visita.
Gianni Santoro - Musica di repubblica n°403 12/02/04
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Post-rock. Lo scrivo ora per non ritornarvi più in sede di recensione. Post-rock. Il termine incomincia a starmi cordialmente sulle scatole, sia perché abusato a dismisura, sciorinato da recensori ed artisti in vena di nobilitare le proprie peregrinazioni lungo la sei corde, sia perché, persa la carica propulsiva ed innovatrice insita nel concetto di "post", si è cristallizzato in standard onanisti per l'anima.
Per gli Ultraviolet Makes Me Sick (ragione sociale a dir poco grandiosa) scomoderemo allora il concetto di "travelling music" che, per quanto trito, pare più consono a definire il contenuto di questo "No Freeway, No Plan, No Trees No Ghosts". Anche per quanto riguarda i numi tutelari, bruciamoci i nomi all'inizio. Mogway? No, mancano certe sfuriate noise proprie degli scozzesi. Tortoise? No, meno cerebrali. Slint? Mh, abbastanza slow-core. La pietra di paragone più calzante esiste nei patri confini e risponde al nome di Gatto Ciliegia. Stesso lo spirito cinematico e le dinamiche chitarristiche, stessa l'introspezione ed il senso di ambiente, stesso il gusto per le chitarre liquide ("Overrexposed" sembra uscita dalle session di "Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo #2"). Poi possiamo divagare sulle novità apportate dai pavesi: ci sono più strumenti, compaiono episodi cantati (Andrea Ferraris dei One By One We Are All Becoming Shadows), mancano quelle divagazioni jazz/ sperimentali del precedente lavoro e c'è Fabio Magistrali a cucire il tutto. Più che di novità, però, parlerei piuttosto di naturale evoluzione giacchè "No Freeway…" altro non fa che assecondare e svolgere l'aspetto melodico e psichedelico che già abbondava in "Soundproof". Prevale il dilatato sul concitato, la circolarità sulla linearità; cerchi concentrici che si allargano increspando dolcemente l'aria intorno. Arpeggi cristallini s'incastrano e si avvolgono su tappeti percussivi morbidi a dare un senso di spazialità soffice; le melodie non sono mai glaciali ma, diffondendosi, acquistano calore e colore.
Menzione d'onore per "Counter Clockwise", resa unica dal passaggio dal recitato della strofa al cantato del ritornello in un lento climax ascendente che giunge liberatorio e si insinua in quegli angoli di cuore dove conserviamo i motivi più struggenti.
Quieto. Cinematografico. Ambientale. Forse ozioso ed a tratti prevedibile ma è un problema di quasi tutto il post-rock…
Vince B.Lo russo - id-box webzine 02/04
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